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QUALCHE VOLTA SCAPPANO: INTERVISTA AGLI ATTORI

Data pubblicazione : 16/03/2017     
Autore : Diletta Pieraccini


È di scena al Teatro San Babila di Milano “Qualche volta scappano”, commedia brillante, ironica e pungente, tratta dal testo francese “Toutou” di Daniel ed Agnès Besse, diretta ed interpretata da Pino Quartullo, con Attilio Fontana e Rosita Celentano.

La pièce racconta una piccola tragedia domestica, un dramma comico: l’inspiegabile ed inaspettata fuga dell’adorato cagnolino Toutou, mette in crisi il mondo e le certezze di una coppia apparentemente felice, che sarà costretta a confrontarsi ed a dare finalmente voce a quell’istinto di ribellione che troppo spesso avevano soppresso, schiavi come erano del successo e dell’abitudine. La trama ha un sapore squisitamente pinteriano, l’atmosfera richiama quella di “Un leggero malessere”, lavoro giovanile tra i più significativi dell’autore, che racconta i deliri infiniti di una di una coppia di fronte ad una mosca trovata nella marmellata. Non solo, c’è molto anche della comicità dolce amara di Woody Allen in “Misterioso omicidio a Manhattan”, basti pensare alla geniale battuta pronunciata dalla Celentano durante un momento di raccoglimento personale: “Adesso che il cane se ne è andato, come faremo a parlare di noi, senza parlare di lui?”.
Una commedia quindi, che pur trattando un tema quanto mai attuale, recupera il valore arcaico di questo genere, che pur stringendo l’occhio alla risata, mira dritto al pensiero ed alla riflessione, attraverso un’ironia sottile, acuta e mai banale.

Una commedia ironica, divertente, ma soprattutto intelligente, che presenta una situazione insolita. Per la prima volta, dopo i numerosi episodi (troppo spesso, purtroppo, frequenti al giorno d’oggi) di padroni che abbandonano i cani, va in scena la storia di un cane che abbandona i padroni..
P.Q: "La fuga di Toutou diventa ben presto motivo scatenante di indagine per la coppia, sia per quanto riguarda la loro relazione, sia per comprendere a fondo il rapporto quasi ossessivo instaurato con l’animale. L’amatissimo quadrupede di casa diviene rivelatore di disagi e compromessi, l’elemento sublimante di carenze affettive, di vuoti opportunamente celati, ed il detonatore di segreti di una coppia già sicuramente in crisi. Marzia (Rosita Celentano) ed Alessandro (Pino Quartullo) chiedendosi il perché di questa fuga, iniziano a sovrapporre i loro pensieri, creando un intrigante gioco di specchi, all’interno del quale ognuno desidera un po’ essere quel cane fuggito. Così ogni volta che Alessandro parla del cane, lei dubita che parli di se stesso, e viceversa. Alessandro crede che il cane sia stato un po’ recluso, abbia subito vessazioni alimentari e sessuali. Lei, al contrario, sostiene che il desiderio del cane sia quello di  tornare a Genova, il che fa scaturire in Alessandro l’idea che dietro ciò, si celi in realtà la nostalgia della donna per quegli anni. La situazione precipiterà definitamente con l’arrivo di Paolo (Attilio Fontana), un amico il cui atteggiamento scherzoso e canzonatorio, darà vita ad una situazione di evidente stonatura in una serata quasi di lutto per la coppia. I due coniugi lo processeranno, ma lui, di tutta risposta, si rivelerà una figura chiave per dimostrare, con la cruda evidenza del fatto, quanto fossero asserviti al cane ed alla loro routine. Alla fine, in uno straordinario gioco di rimandi, ci saranno dei ribaltamenti continui dei personaggi, che rivedranno le loro consapevolezze di una vita".

L’ironia si rivela sempre un’arma utilissima quando utilizzata con estrema sapienza come in questo spettacolo. Lei come la dosa?
P.Q: "Ho sempre trattato grandi temi con il filtro della comicità. Vittorio Gassman definiva i miei lavori dei “drammi comici”. Io sono di mia natura ironico ed autoironico, ho sempre avuto un approccio scherzoso, comico alla vita, anche nei momenti di maggior inquietudine. Credo sia una cosa impossibile da apprendere, da acquisire recitando, quanto piuttosto una qualità, un’attitudine che o la si ha o no. Questo è anche il motivo per cui ho scelto Attilio e Rosita per il mio spettacolo: sono due persone acute, molto spiritose, sarebbe stato estremamente difficile lavorare con attori privi di un’ironia spontanea".

Lei si è accostato a cinema e teatro, sia da attore che da regista. Quanto le due esperienze si completano? C’è una parte viva di attore quando studia una regia? È diverso secondo lei l’approccio del regista che è stato per molto attore?
P.Q: "Essendomi laureato in architettura, gli studi compiuti mi hanno portato a sviluppare una forma mentis che tende a ricercare un approccio globale, un progetto che convoglia al suo interno varie parti. Le invarianti progettuali di Zevi mi aiutano a scrivere una sceneggiatura, a scegliere un cast omogeneo, ad affrontare un personaggio. Costruisco i miei spettacoli con la stessa meticolosità e precisione di un architetto per la costruzione di una chiesa.
Per di più, non scordiamoci che, già a partire  dal 500, quindi dalla nascita del teatro moderno, Ariosto, letterato e commediografo presso la corte estense, scrisse e recitò alcune sue opere. Come lui: Aretino, Ruzzante, Molière, De Filippo, fino ad arrivare al nostro cinema contemporaneo con Nanni Moretti, Carlo Verdone, Sergio Rubini, ed ovviamente, anche io! Siamo molti ad essere autori, registi ed attori. È un po’ come accade per una scultura o per un quadro, è l’artista a creare ed ideare tutto il lavoro. Personalmente, credo sia molto affascinante recuperare questa dimensione di opera d’arte totale".

All’interno di questo intelligente gioco di ruoli, potremmo azzardare la previsione che se Toutou avesse potuto parlare, avrebbe in qualche modo detto le stesse cose che il suo personaggio ha suggerito ai due protagonisti?
A.F: "Probabilmente. Toutou, un po’ come il mio personaggio, è come uno specchio, di fronte al quale Alessandro e Marzia dovranno confrontarsi senza vie di fuga per la prima volta. Per assurdo poi, queste anime tormentate, ritroveranno un equilibrio nel momento in cui tornerà il magazzino delle loro inquietudini.
Questo testo secondo me è un po’ un ricamo, uno spettacolo a più strati. Ad esempio, mentre Shakespeare è diretto, questo invece, come i testi di Čechov ha più chiavi di lettura. È una pièce difficile da preparare, ha tanti fili che si congiungono in alcune battute rivelatrici del senso dell’opera, ed ogni situazione nasconde sempre un significato ambivalente".

Parliamo un attimo di amicizia… Il suo personaggio accetta per anni l’ingiusta colpa di aver insinuato un sospetto infondato nella coppia, che poi in realtà si rivelerà essere veritiero. Quanto l’amicizia autentica deve saper rispettare i tempi ed addossarsi anche colpe che non ha pur di mantenere un equilibrio?
A.F: "Spesso secondo me un’amicizia vera presuppone un tacito accordo. Sono convinto che le parole siano l’arma più potente che abbiamo, e che spesso dire la verità non sia così facile, perché questa può essere scomoda e può ferire le persone a cui vogliamo bene.
Nel momento in cui Marzia deciderà di raccontarla, si inizierà a comprendere anche la vera natura del mio personaggio, che sotto un’apparente superficialità nasconde dei principi nobili, solidi, e forse è proprio in questo rapporto così sincero che Paolo mi somiglia molto. Ho sempre creduto tanto, a volte anche troppo nell’amicizia, ma sono tuttora sicuro che il tempo premi la trasparenza e la purezza dei sentimenti".

Tastando il polso delle reazioni del pubblico, quanto lavorate ogni sera sullo spettacolo già definito?
A.F: "È la prima volta in cui mi sento veramente attore, e per questo non smetterò mai di ringraziare Pino. Durante la preparazione ho trovato non pochi ostacoli, ma adesso, dopo quasi quaranta repliche, comincio ad avere il piacere ludico dell’incontro con il pubblico.  A volte addirittura mi capita di concedermi una pausa di un secondo in più e Pino il giorno dopo è subito pronto a correggermi il tiro. Ma dentro di me, una battuta tesa come un filo sin dall’inizio, provoca la stessa sensazione di un rigore".
P.Q: "Spesso si sente dire che la differenza tra teatro e cinema sia il rapporto diretto con il pubblico, la possibilità di lavorare ogni sera con il testo. Io credo che ormai in realtà questa linea si stia facendo sempre più sottile, il confine sempre più evanescente. Mi spiego, fino agli anni ’70 nel cinema italiano era molto utilizzato il doppiaggio, voce e volto erano considerate due fasi distinte. Addirittura, questa consuetudine si era così affermata che venivano doppiati attori del calibro di Laura Cardinale, Vittorio Gassman, Oreste Lionello. Oggi invece si recita in presa diretta, quindi gli attori sono voce-volto, come in teatro. Allo stesso tempo però, la vera recitazione teatrale ha perso molti dei suoi connotati principali, avvicinandosi sempre più al cinema. Ad esempio, attraverso l’utilizzo sempre più frequente di microfoni, la recitazione risulta sempre più amplificata, come quella di un set cinematografico".







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