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Il genio di Van Gogh a Palazzo Reale a Milano

Data pubblicazione : 24/10/2014     
Autore : Bruna Meloni


Van Gogh rappresenta il prototipo più famoso di artista maledetto; di artista che vive la sua breve vita tormentato da enormi angosce ed ansie esistenziali, al punto di concludere tragicamente la sua vita suicidandosi. Ed è un periodo, la fine dellʼOttocento, che vede la maggior parte degli artisti vivere una simile condizione di emarginazione ed angoscia: pittori come Toulouse-Lautrec o poeti come Rimbaud finiscono la loro vita dopo i trentʼanni, corrosi dallʼalcol e da una vita dissipata. E, come loro, molti altri. Il prototipo di artista maledetto era iniziato già con il romanticismo. In questo periodo, però, la trasgressione era solo sociale: lʼartista romantico era essenzialmente un ribelle antiborghese. Viceversa, alla fine del secolo, gli artisti vivono una condizione di profonda ed intensa drammaticità nei confronti non della società ma della vita stessa.

Van Gogh torna ora a Milano, a Palazzo Reale, con una cinquantina di capolavori in una mostra - fino allʼ8 marzo 2015 - che esplora un aspetto particolare della vita dellʼartista: il suo amore per la terra, le stagioni, il lavoro dellʼuomo. “Temi riletti con un linguaggio artistico eccezionale, capace di realismo e allo stesso tempo di andare oltre, di cercare un significato in piuʼ” - ci dice Giuliano Pisapia.
Lui del resto, che era nato nel 1853 nel Brabante, una regione avara e paludosa che però rimarrà sempre nel suo cuore, era stato educato dalla madre alla conoscenza della natura e dal padre, pastore protestante attento ai bisogni materiali della sua misera comunità, aveva appreso la compassione per i diseredati. Se a questo si aggiungono gli effetti delle molte ottime letture di cui si era nutrito sin dall´infanzia e il fascino esercitato su di lui dalla “pittura rurale” di Jean-François Millet appare evidente la ragione del suo attaccamento alla terra e della centralità di tale ricerca nel suo lavoro d´artista.

Ma in Vincent è diverso. Qui, Il Seminatore con cesta e Lo Zappatore in un momento di riposo o Le Contadine che raccolgono patate e la litografia che precede il capolavoro del quale porta il nome, I mangiatori di patate, vanno oltre. Cʼè una santificazione del lavoro, una mistica febbrile della fatica che corre nei tratti durissimi, realistici dei volti contadini. Ecco lʼevoluzione da Millet, che passa anche attraverso Gustave Courbet, padre del realismo e cantore degli ultimi: Van Gogh fonde la spiritualità del primo con il gusto naturalista del secondo.
E ancora i ritratti percheʼ, come scrive nel giugno del 1980 “ci sono facce moderne che verranno guardate ancora a lungo, che forse verranno rimpiante centʼanni dopo”. Facce come quelle del Ritratto di Joseph-Michel Ginoux o del Ritratto di Joseph Roulin.

Curata da Kathleen Adler con un comitato di esperti dellʼopera di Van Gogh e allestita dal celebre architetto giapponese Kengo Kuma la mostra - “Van Gogh - Lʼuomo e la terra “- immerge il visitatore nel tema dellʼesposizione, nel rispetto della poetica del grande artista olandese.





Pagine effervescenti di Madame ClicquotIT'S ME. Domenico Dell'Osso alla galleria Federico Rui