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ROSSO ISTANBUL, OZPETEK PORTA SULLO SCHERMO LA MAGIA DELLA CAPITALE D'ORIENTE

Data pubblicazione : 03/03/2017     
Autore : Antonio Sarti



Lasciati ormai alle spalle gli Oscar, la stagione cinematografica si prepara ad accogliere sullo schermo alcuni film molto interessanti che per un motivo o per l’altro non sono rientrati nel novero dei candidati ma che offriranno comunque moltissimi spunti per trascorrere una serata piacevole in sala. Il primo a sbarcare al cinema questo weekend è Rosso Istanbul, l’ultimo prodotto del regista turco Ferzan Ozpetek, realizzato in co-produzione con Rai Cinema.

Vent’anni sono trascorsi dall’ultimo film interamente turco di Ozpetek, altrettanti sono quelli che separano dal Bosforo il tenebroso Ohran, scrittore di successo che sembra ormai aver chiuso con il passato, lasciato alle spalle grazie alla distanza tra Istanbul e Londra, dove vive come editor. L’occasione per ritornare nella città natale è data dalla necessità di un periodo di lavoro insieme al regista Deniz Soysal, cineasta di fama internazionale che sta concludendo un libro autobiografico: a Istanbul Ohran incontrerà dal vivo tutti i personaggi del romanzo, di cui egli conosce indirettamente ogni dettaglio e sfumatura, un privilegio più unico che raro.
Quello che egli non ha previsto è che Deniz decida improvvisamente di scomparire, dopo una notte ad alto tasso alcolico, spiazzando completamente il povero Ohran che si troverà a dover ricostruire, un tassello alla volta, l’intera esistenza del regista.

C’è una frase-chiave, nella prima parte, che svela ciò che può essere colto come il senso del film: «Sono io il regista, decido io chi sono e cosa fanno quei personaggi». È l’uscita di scena di Deniz, le ultime parole che Ohran ascolta prima di addormentarsi la notte della scomparsa: la frase è beffardamente profetica, dal momento che lo stesso Ohran diverrà suo malgrado un personaggio che si muove sulle orme dell’opera stessa di Deniz. Egli prenderà infatti metaforicamente il posto dell’amico regista nella sua vita, scoprendone un poco alla volta i legami e i segreti, fino a entrare in simbiosi con il personaggio stesso e prendendone definitivamente il posto nella bellissima scena finale.

Non è tutto: un secondo filone narrativo si apre fin da subito con lo sguardo malinconico verso alcune foto nelle prime scene del film, ovvero il tormentato rapporto dello scrittore con il suo passato, un passato che emergerà gradualmente e troverà definitiva e traumatica esplosione nella seconda parte. D’altro canto questo ritorno a Istanbul, oltre a riaprire vecchie ferite, darà modo a Ohran di trovare finalmente pace con i fatti di vent’anni prima, accettando di fatto che la sua vita è cambiata e permettendogli di chiudere i conti con ciò che è stato, aprendosi a nuovi scenari per il futuro e riscoprendo l’affetto dei familiari. Ancora una volta la scena finale può essere vista come la definitiva riconciliazione dell’uomo con la sua città e con la sua vita.

Nel complesso l’intero film sembra cercare costantemente un punto di svolta che in maniera strategica non arriva mai, lasciando in sospeso varie questioni che non risultano decisive ai fini del significato, ma che forse lasciano l’amaro in bocca a chi si aspettava una conclusione diversa: anche questo è il bello di Ozpetek.

Andando oltre a una sceneggiatura comunque apprezzabile per tematica e scelte narrative, quello che lo spettatore appassionato del genere oppure occasionale e curioso si porta a casa è la straordinaria bellezza dei luoghi che il regista turco mette in mostra: una fotografia di alto livello, unita all’incantevole scenario naturale che solo il Bosforo sa regalare rende quella che è una buona storia un eccellente melodramma in salsa Ozpetek, con il notevole contorno di composizioni musicali che ben si abbinano allo scorrere delle immagini sullo schermo.

In definitiva è probabilmente il miglior film in sala nel weekend, per chi non si accontenta del solito stanco filone comico italiano.






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