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Teatro a 360 gradi

Data pubblicazione : 17/02/2016     
Autore : Antonio Sarti


Milano - Si è chiuso Domenica pomeriggio il ciclo di rappresentazioni milanesi per “Fäk Fek Fik”, che nei quattro giorni di permanenza al Teatro Litta ha fatto incetta di pubblico e approvazione; risultato preventivabile, dato il successo già ottenuto al Fringe Festival 2015 di Roma, ma non certo scontato per le scelte recitative che avrebbero potuto far discutere. In pochi, forse nessuno, si sarebbe aspettato di trovarsi di fronte alle tre protagoniste completamente spogliate dei loro abiti: questa scelta rischiosa del regista Dante Antonelli tuttavia paga, dando ancora più forza all´interpretazione e alla tematica di fondo dell´opera, che colpisce nel segno e lascia grossi punti interrogativi nell´animo dello spettatore.

Grande impatto sulla scena delle tre interpreti, Giovanna Cammisa, Martina Badiluzzi e Arianna Pozzoli, che a fronte di una scenografia strategicamente assente hanno saputo stupire e colpire con la loro graffiante ironia ma anche con la profonda serietà di chi comprende appieno il dramma esistenziale che molti giovani (e non solo) vivono oggi in una società apparentemente incapace di suggerire loro una via da seguire. La logica conseguenza è l´essere abbandonati alle proprie scelte, come le tre protagoniste testimoniano, scelte spesso sbagliate e colme di sofferenza lungo il percorso: una maternità frutto di un amore fugace consumato sui sedili di un auto con un uomo prima di allora sconosciuto, le difficoltà a far quadrare i conti con lavori sempre più precari e moralmente avvilenti, la ricerca disperata di un amore ricambiato a tutti i costi: lo spogliarsi delle attrici può essere visto come un gesto di ribellione al mondo che invece non fa altro che proporre modelli di bellezza, eleganza, ricchezza, esageratamente utopistici, quasi a dirci che «va tutto bene». Ne è un esempio l´irriverente e a tratti comica allegoria del supermercato, luogo mistico in cui si consuma l´eccidio dei pochi spiccioli rimasti in tasca e in cui si viene "categorizzati" e assaliti dalla pubblicità.

Non è mancata poi un´analisi del difficile rapporto tra genitori e figli, con i primi che faticano a comprendere le scelte dei secondi, il risultato non può che essere un´incompatibilità di fondo tra chi ha una visione del mondo che prevede certi canoni e chi quella visione la rifiuta a priori: forte effetto fa da questo punto di vista il linguaggio molto crudo che fa da sfondo a questa parte e all´intera rappresentazione.
Di fronte a quanto visto, si può pensare che se Werner Schwab fosse stato seduto nella splendida cornice della Sala Cavallerizza avrebbe  senz´altro applaudito l´opera di Antonelli.





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