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I “GIGANTI” DI PIRANDELLO AL PICCOLO TEATRO MELATO, CINQUANT’ANNI DOPO STREHLER.

Data pubblicazione : 03/05/2016     
Autore : Antonio Sarti



Roberto Latini porta in scena al Piccolo Teatro un’opera senz’altro poco conosciuta del grande Pirandello, ma che nasconde temi non banali e che è fortemente legata anche al Piccolo stesso e a Giorgio Strehler.

Opera incompleta di Pirandello, “I giganti della montagna” nelle intenzioni dell’autore si legava a doppio filo alla “Favola del figlio cambiato”, che tuttavia non ebbe il successo di pubblico atteso: ciò forse contribuì a creare delusione in Pirandello, che dunque non terminò mai il dramma. Altra nota che stona con il carattere del drammaturgo siciliano è l’aver protratto a lungo la composizione di quest’opera, che ebbe uno sviluppo quanto mai lento e travagliato, insolito per gli standard di Pirandello.

Sul perché portare in scena questo titolo e sulla resa da offrire al pubblico, è lo stesso regista a spiegare: «Trovo perfetto per Pirandello e per il Novecento che il lascito ultimo di un autore così fondamentale per il contemporaneo sia senza conclusione e infatti vorrei rimanere il più possibile nell’indefinito, accogliere il movimento interno al testo e portarlo sul ciglio di un finale sospeso tra il senso e l’impossibilità della sua rappresentazione».

Elemento di sicuro interesse e curiosità sarà l’interpretazione dello stesso Roberto Latini, che porterà da solo sul palco tutti e sette i personaggi della compagnia di attori che giunge a Villa Scalogna, un edificio quasi magico che rappresenta il palcoscenico unico dell’opera, la scenografia su cui attori e abitanti della villa si muovono.

È lo stesso Latini a darci la sua idea di questo spettacolo: «Voglio immaginare tutta l´immaginazione che posso per muovere dalle parole di Pirandello verso un limite che non conosco. Portarle ‘al di fuori di tempo e spazio’, come indicato nella prima didascalia, toglierle ai personaggi e alle loro sfumature, ai caratteri, ai meccanismi dialogici, sperando possano portarmi ad altro, altro che non so, altro, oltre tutto quello che può sembrare. Se i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, per andare appena oltre, per provarci almeno, devo muovere proprio da quelli».

Passando al testo vero e proprio, Pirandello non si limita a creare uno “scontro” tra attori e pubblico come spesso abbiamo visto fare nella sua produzione, introduce invece un terzo polo di contrasto rappresentato dagli abitanti di Villa Scalogna: essi, emarginati dal mondo sociale, sembrano realizzare il prototipo della comunità perfetta, in cui nessuna tensione o antagonismo possono creare delle fratture.

Rappresenta da sempre un grande rischio ma anche una grande scommessa la scelta di mettere in scena un’opera incompiuta, il primo che realmente passò dalla teoria ai fatti fu Giorgio Strehler, che firmò una doppia regia con un ventennio di intermezzo: la prima volta nel 1947, peraltro per l’anniversario del secondo anno di vita del “Piccolo teatro”, nel 1966 la seconda e più celebre. Diversa è anche la prospettiva in cui si pone la duplice rappresentazione, più aperta e propositiva la prima, in una fase in cui Strehler ancora riteneva possibile un teatro che avesse funzione pedagogica e potesse plasmare il pubblico; cupa e avvolta da un’aurea pessimistica la seconda, a testimoniare la maturata convinzione di un’indifferenza generale della società per tutto ciò che è teatro e poesia.

In definitiva, un’occasione da cogliere per approfondire un’opera meno nota di Pirandello, fuori dal circuito classico dei suoi testi più celebrati, ma altrettanto foriera di spunti e sviluppi interessanti.

“I giganti della montagna”, di Luigi Pirandello, per la regia e l’interpretazione di Roberto Latini. Dal 3 all’8 Maggio al Piccolo Teatro Studio Melato. www.piccoloteatro.org





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