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Mi chiamo Lucy Barton

Data pubblicazione : 23/06/2016     
Autore : Loretta Masini



Titolo: Mi chiamo Lucy Barton
Autore: Elizabeth Strout
Editore: Einaudi
Prezzo: 17,5 €

Ho letto "Mi chiamo Lucy Barton", l’ultimo romanzo di Elizabeth Strout, appena uscito, fa parte di quegli autori che si acquistano a scatola chiusa. Letteralmente in questo caso poiché il libro è stato pubblicato nella prestigiosa collana dei Supercoralli Einaudi, gli unici da sempre avvolti in una pellicola che ne preserva lo stato, fino a che, dopo averli acquistati, si ha il diritto di strappare loro “la pelle”  e di esplorarne l’interno.
E’ stato per noi librai l’ennesimo incomprensibile e non condiviso tradimento. Mi spiego: la Strout è arrivata ai lettori italiani grazie alla scoperta di un più piccolo editore, Fazi, che ne ha pubblicato tutti i romanzi, a partire dal celebre e pluripremiato Olive Kitteridge, certamente l’opera identificativa dell’autrice.
Sotto la bandiera dello struzzo, il nuovo romanzo della Strout è stato protagonista di una massiccia campagna stampa, sia pubblicitaria che di critica.Questo, almeno all’inizio, mi ha distolta dal volerne parlare, come privata del vero piacere della scoperta di una buona lettura, dopo che la stessa era stata così sovraesposta.

Poi una sera il mio fidanzato, conoscendo la mia venerazione per Baricco, mi dice senti qui, e mi legge un articolo di Baricco sull’ultimo lavoro della Strout, la cui sostanza era niente di meno che “questo libro avrei voluto scriverlo io”. Ora, dal momento che Baricco non mi ha mai delusa nella sua visione del mondo e della letteratura, ho ripreso in mano Mi chiamo Lucy Barton e ho provato questo gioco sfida di ripercorrere le emozioni che mi aveva suscitato nel leggerlo, alla luce degli illuminanti commenti di Baricco, e di dare così una mia versione della grandezza del libro.

Prima emozione: un forte senso del pudore.
Ed ecco a mio parere la magia nella scrittura della Strout: la voce della protagonista Lucy Barton è così intima e va a sondare un vissuto così personale, indicibile, che la finzione letteraria scompare e ci lascia spiare attraverso le pagine la vita interiore di Lucy, proprio come potremmo spiare o osservare scene di vita da una finestra lasciata inconsapevolmente aperta.  
E quello che vediamo ci coinvolge, ma non ci piace, ci attira, ma allo stesso tempo ci respinge, ci provoca una sorta di vergogna primitiva, perché Lucy siamo noi, ci accomuna la semplice appartenenza allo stesso genere umano, tutto qui. Vi siete mai trovati in una situazione dove uno sconosciuto è in difficoltà e voi provate pena per lui fino a distogliere lo sguardo? O a cambiare canale televisivo se vi propongono una scena in cui li protagonista è in evidente imbarazzo? Bene, con la vita di Lucy Barton fra le mani vi capiterà di socchiudere gli occhi per un attimo e di sospendere la lettura, un po’ intimiditi un po’ commossi, ma poi andrete avanti, perché è la vita, quella di Lucy, la vostra, che ve lo impone.
Ecco dunque la seconda emozione: commozione, e poi una buona dose di solidarietà femminile.

L’ultima emozione: senso di riscatto, una sottile rivalsa sul mondo, un brivido di giustizia.Ma, in definitiva, il miracolo della Strout è lo stesso che hanno tutti i libri che parlano semplicemente di vita, il caso Stoner insegna, e mi piace estendere questo a tutta l’arte che arriva direttamente a noi, aldilà del mezzo che la veicola: il cinema che guardiamo dimenticandoci di essere in una sala, il quadro che non ha più cornice, la musica che ci avvolge proveniendo da una sorgente misteriosa.






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