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LA RECENSIONE DI IL VESTITO DEI LIBRI DI JHUMPA LAHIRI

Data pubblicazione : 27/06/2017     
Autore : Alice Civai



“Appena uscita di casa quel mattino, alzando lo sguardo, ho visto sul cartello di destra una natura morta di Morandi, e su quello di sinistra un’opera di Matisse. Stavo in mezzo e per qualche momento, immaginandomi trasformata nelle pagine di un mio libro, sono stata vestita da entrambi”.


Quante volte abbiamo sentito dire il detto “non si giudica un libro dalla copertina”? E quante altre volte “l’abito non fa il monaco”? Sicuramente moltissime, ma ci siamo mai soffermati a pensare veramente che se non si deve giudicare una persona da come si veste tantomeno dobbiamo valutare un libro in base alla sua copertina?

Lisce o ruvide, in cartone o in carta patinata, colorate con figure o bianche e semplici: il breve saggio di Jhumpa Lahiri, IL VESTITO DEI LIBRI, edito nel 2017 da Guanda, si sofferma sugli aspetti che consideriamo raramente quando parliamo di libri. Un punto di vista originale e insolito, per la prima volta sentiamo parlare della veste grafica di un volume non da chi la produce, come gli editori o gli illustratori, bensì da chi la “subisce”, una scrittrice che sente le sue produzioni come un’estensione di sé stessa.

Jhumpa Lahiri, nota e talentuosa scrittrice, vincitrice di un Premio Pulitzer, racconta cosa per lei significhino le copertine dei libri: esse sono il vestito delle sue produzioni, il punto in cui un suo sogno, una sua creazione ancora privata, termina di essere tale per incontrare la realtà.
Le copertine per Lahiri hanno un valore immenso e alcune volte sono diventate parte di lei, mentre in altri casi hanno travisato o ignorato il testo, divenendo simbolo stereotipato e riportando l’autrice a momenti difficili della sua adolescenza.

La copertina di un libro oggi ha lo stesso ruolo del colore dei fiori: deve attrarre il lettore, spiccare sugli altri per far si che le sue pagine vengano lette, che le emozioni e i pensieri descritti arrivino al pubblico, che la personalità dell’autore e l’amore per la sua creatura arrivino al lettore; tuttavia la sua presentazione non può dissociarsi da ciò che il libro e l’autore sono, devono essere un tutt’uno armonico, ed è questa la parte più difficile.

“Appena indossa la copertina il libro acquisisce una nuova personalità. Esprime dunque qualcosa già prima di essere letto, così come un vestito comunica qualcosa di noi prima ancora che parliamo”.

Un blu discreto che con un tonalità di poco più chiara richiama la fantasia e la forma di una giacca maschile, nessun riassunto, nessuna nota biografica, assenti anche i commenti altrui, i dati del mercato e la foto dell’autrice, “Il vestito dei libri” si presenta esattamente per quello che è: un libro, un testo misterioso finché non lo si legge, slegato dalle aspettative create dalle immagini. Insolitamente pulito e semplice, senza però appartenere ad una collana, dallo scaffale delle novità della biblioteca, dove era appoggiato di piatto, strillava con discrezione la sua diversità e la sua identità di prodotto vero, sincero e personale.

Consigliato agli amanti dei dettagli, ai frequentatori di librerie, a chi non si basa sulle apparenze e a chi vuole riflette lievemente su quante immagini vediamo senza rendercene conto.

Jhumpa Lahiri, Il vestito dei libri, Guanda, 2017






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