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CINEMOZIONI: LA RECENSIONE DI "THE BEGUILED"

Data pubblicazione : 22/09/2017     
Autore : Antonio Sarti



Premio alla miglior regia tra i lungometraggi in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, “The Beguiled” (più noto come “L’inganno” per il pubblico italiano) è co-protagonista di un weekend intenso in cui sarà in sala anche “Valerian” di Luc Besson e per la seconda settimana il film di animazione “Cars 3”.

L’ultima fatica cinematografica di Sofia Coppola racconta o meglio rimette in scena una storia già vista nel 1971 con l’omonimo film di Don Siegel e la magnifica presenza di un giovane Clint Eastwood: un caporale dell’esercito unionista durante la guerra di secessione americana, ferito quasi fatalmente, viene soccorso in maniera fortuita da una giovane ragazza che lo trasporta a fatica presso l’istituto di sole donne in cui risiede. È l’inizio di un sottile gioco psicologico tra uomo e donne, uno stillicidio continuo di sessualità trasudante ma mai mostrata esplicitamente, fino al punto di rottura che volgerà in senso opposto lo sviluppo del soggetto.

Il confronto con il predecessore è difficile e non così importante, la trama viene rispettata fedelmente così come l’ambientazione e la scenografia, mentre per tutto il resto i due lungometraggi, a causa degli oltre quattro decenni di distanza, sono faticosamente comparabili. Se nel film di Don Siegel sembra emergere una tensione maggiore e un lato melodrammatico che nella Coppola è latente quando non assente, la nuova versione di “The Beguiled” è invece costruita su un ritmo costante e delicato, che privilegia l’aspetto della guerra psicologica rispetto all’azione e alla tensione: queste ultime due componenti vengono distillate con parsimonia e riservate ai (pochi) punti di svolta della trama. Dal punto di vista tecnico, la fotografia è uno degli elementi di maggior interesse e tra i meglio riusciti del lungometraggio, grazie a toni delicati e romantici che stridono con i cupi scenari delle azioni più violente; la regia invece, andando oltre le stucchevoli e ripetitive inquadrature a camera fissa che costellano il film, fa il suo compito, mettendo in condizione i personaggi di esprimere al meglio sensazioni e sguardi, puntando sapientemente l’occhio sui dettagli e sugli incroci tra i protagonisti.

Nel complesso il risultato è buono, quantomeno superiore ad altre meno apprezzabili pellicole della regista figlia d’arte: il cast, pur ridotto ai minimi termini, è ricco di stelle (da Colin Farrell a Nicole Kidman e Kirsten Dunst) e dà un contributo non indifferente alla valutazione complessiva dell’opera, che potrà piacere o meno ma difficilmente lascerà il segno.





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