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CINEMOZIONI: LA RECENSIONE DI "NOVE LUNE E MEZZA"

Data pubblicazione : 20/10/2017     
Autore : Antonio Sarti



Se solo finisse questa brutta consuetudine tutta italiana di costruire i trailer delle commedie sul lato demenziale come se fosse il centro del film, forse allora vedremmo anche aumentare le presenze in sala e gli incassi al botteghino senza farseli portare via dal solito scontato sparatutto in salsa americana. “Nove lune e mezza” non è ciò che quei due minuti di video raccontano, c’è tanto altro dietro che meritava ben più attenzione: non è il film della vita, intendiamoci, ma di certo non si limita a quel miscuglio imbarazzante di scene con cui si spera di attirare pubblico.

Di cosa parla allora, per meritare la nostra attenzione e questa forte critica? Il messaggio, che traspare lungo tutto il film, viene esplicitato nel finale e per mano di un personaggio secondario: i figli sono di chi li cresce e non di chi li fa. Senz’altro un copione già visto nella cinematografia, che però la regista Michela Andreozzi prova a trattare nell’inusuale chiave della maternità surrogata, un tema scottante in Italia e non è certo un caso che sullo sfondo delle scene più emozionante appaia simbolicamente il Vaticano.

Livia e Tania sono due sorelle che non si somigliano per nulla: una sicura di sé e piacente, l’altra timida e sempre passiva nei confronti degli eventi della vita. I loro compagni sono altrettanto diversi, Fabio è un eccentrico ma sensuale esperto di rilassamento, l’uomo che Livia desiderava da sempre, mentre Gianni è il consueto zotico dalla visione limitata che sembra non mostrare particolare interesse per un matrimonio che Tania aspetta da anni; a condire il già pittoresco quadro ci sono un ginecologo gay e dei genitori bizzarri che metteranno in seria difficoltà la riuscita del folle piano ordito dalle due sorelle. Già, perché in fondo a quella che già sembra essere la consueta commedia degli equivoci, lo scambio questa volta è consapevole: Tania non può avere figli, Livia non li vuole. Ma qualcosa romperà questo schema all’apparenza inattaccabile.

Al di là della storia, che è intuibile e che vuole approfondire il delicato concetto dell’utero in affitto, il film tende a spaziare troppo tra generi diversi, volendo essere tante cose allo stesso tempo: agli inevitabili momenti di romanticismo e dramma personale, peraltro ben costruiti anche se un po’ stereotipati, viene alternata una ricerca dell’elemento comico-demenziale che va spesso a stonare con la ricercata tematica seria di sfondo. Non se ne sente nemmeno la necessità, va riconosciuto, dal momento che la narrazione scorre bene nel suo clima di commedia dai tratti sobri, quel sorridere ma non ridere che dovrebbe stare alla base di questo tipo di prodotto.

Gli ottimi interpreti, da una Claudia Gerini che è perfetta per questo tipo di ruolo a un Giorgio Pasotti che sembra riemerso dalle nebbie di Cinecittà, sono uno degli ingredienti che nel complesso fa funzionare questo racconto, una storia della porta accanto che vi porterà a farvi delle domande scomode, e un finale che ribadisce con il vero punto di svolta della trama che “i figli sono di chi li cresce e non di chi li fa”.





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