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Cinemozioni: la recensione di "L'uomo di neve"

Data pubblicazione : 13/10/2017     
Autore : Antonio Sarti



Tempi difficili per il cinema non di prima linea: tra una grande uscita e l’altra, accuratamente scadenzate dai distributori, è ardua riuscire a ritagliarsi uno spazio per emergere senza passare attraverso la consueta commedia all’italiana e i suoi stanchi canoni. Nel weekend in arrivo, passata la sbornia per il nuovo Blade Runner e dovendo attendere ancora qualche giorno prima dell’approdo in sala di IT, la migliore proposta cinematografica arriva dalla fredda Norvegia e dalla trasposizione di un romanzo del celebre scrittore Jo Nesbo. “L’uomo di neve”, con Michael Fassbender e Charlotte Gainsbourg, trasporta su pellicola uno dei tanti casi editoriali che negli ultimi anni hanno costellato il mondo della letteratura nordica, fiorente filone che ha fatto della giallistica e del thriller a tinte noir il settore trainante per il successo di un gran numero di scrittori, da Nesbo a Liza Marklund e Camilla Lackberg.

Harry Hole (Michael Fassbender), detective di punta della polizia di Oslo e vera leggenda del mondo investigativo, si trova di fronte al caso più difficile da risolvere: la china discendente che la sua esistenza sta prendendo sempre più rapidamente, tra problemi di alcol e rimpianti amorosi mai sopiti. L’occasione per riprendere in mano la propria vita arriverà con una nuova collega, la giovane e intraprendente Katrine Bratt (Rebecca Ferguson), e un caso che sembra riaprire vecchie storie dimenticate: una lettera recapitata a Harry e la quasi contemporanea sparizione di due donne rimettono in pista il detective, che individua un collegamento con un macabro omicidio di alcuni anni prima.

“L’uomo di neve” di Tomas Alfredson, che ne ha ereditato la regia da Martin Scorsese, era chiamato al difficile compito di dipingere in un solo film quel condensato di genialità letteraria che è il detective Hole, protagonista della lunga serie di romanzi di Nesbo; in effetti il risultato è piuttosto debole, con la sceneggiatura che confina in un angolo tutta la parte personale utilizzandola solo nel momento in cui gli è necessaria ai fini della trama. Lo sviluppo del soggetto, che per ovvie ragioni di tempi e spazi differisce molto dal romanzo, appare inoltre piuttosto prevedibile, togliendo quasi il brivido del punto di svolta che rivela il colpevole: è sufficiente un minimo di attenzione ai dettagli ma anche solo ad alcune inquadrature per cogliere gli elementi decisivi all’identificazione. Il film tende anche a distaccarsi in alcuni momenti dal thriller vero e proprio, sfociando quasi nel soft horror senza risparmiare una punta di violenza cruda e di splatter accennato.

La fotografia (curata da Dion Beebe, non certo l’ultimo arrivato) è sicuramente l’aspetto che più merita un riconoscimento, anche se giocare con gli spettacolari scenari della Norvegia innevata è come segnare un gol a porta vuota. Nel complesso dunque, complice un cast ricco di stelle e che non rinuncia a puntare sulle ben note qualità seduttive di Fassbender, si poteva fare di più, anche se il film è sicuramente godibile e non lascerà deluso lo spettatore alla ricerca di emozioni forti.





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