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YA BASTA HIJOS DE PUTA

Data pubblicazione : 30/03/2018     
Autore : Bruna Meloni



La mostra “Ya basta Hijos de Puta” di Teresa Margolles - da ieri al Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano - e' curata da Diego Sileo che ci ha presentato cosi' il lavoro dell’artista messicana. “Un’artista che ha fatto, con la sua estetica, con la sua arte e la sua poetica un tentativo di conoscenza, di porre sotto la luce dei riflettori quelli che sono alcuni temi tra i più tristemente attuali della nostra realtà, della nostra società contemporanea”.

Teresa Margolles, nata a Culiacán, Sinaloa, nel 1963 oggi vive e lavora tra Città del Messico e Madrid. Si e' formata in medicina legale e ha lavorato per dieci anni con il collettivo SEMEFO (Servicio Médico Forense), fondato nel 1990 a Città del Messico, che denunciava la violenza sistematica nella società contemporanea. Studiando a fondo le dinamiche scaturite dalla violenza e le conseguenze che la paura ha prodotto nella società, ha vissuto in prima persona ciò che la guerra al narcotraffico ha causato alla città e ai suoi abitanti, la distruzione del tessuto urbano, architettonico e sociale. Con una particolare attitudine al crudo realismo, l’arte di Teresa Margolles testimonia le complessità della società contemporanea, indebolita dalle allarmanti proporzioni di un crimine organizzato che sta lacerando il mondo intero e soprattutto il Messico, considerato uno dei paesi più pericolosi al mondo.


Oltre che grande artista, la Margolles e' una donna coraggiosa che con le sue opere sfida il narcotraffico e le violenze che quotidianamente si perpetrano nel suo Paese. Per lei l'obitorio riflette la società, in particolare l'esperienza urbana messicana, dove il crimine legato alla droga, la povertà, gli sconvolgimenti politici e l'azione militare hanno portato alla violenza e alla morte. La peculiarita' del suo lavoro e' che , malgrado la forza del messaggio, l’intento civile non soffoca mai l’ispirazione: ogni opera è e rimane anzitutto un’opera d’arte.

Le 14 installazioni di Margolles in mostra al PAC esplorano gli scomodi temi della morte, dell’ingiustizia sociale, dell’odio di genere, della marginalità e della corruzione generando una tensione costante tra orrore e bellezza.
Di fronte a queste opere si ha la sensazione di assistere ad un gioco di forze brutali che provocano morte e dolore, spezzano corpi e legami (gli stessi corpi lacerati evocati dall’opera 57 cuerpos del 2010), ma producono anche nuove relazioni sociali e nuove metafore del potere. L’intento dell’artista è quello di volere esplorare la violenza, nella sua accezione di “atto politico”, ma anche gli effetti individuali e sociali di molti orrori attuali, come la tragica e costante sparizione di donne in diverse città messicane - tra le quali la ormai nota Ciudad Juárez - raccontata dall’opera La búsqueda presentata al PAC nella sua interezza per la prima volta in Italia.


La smisurata quantità dei prodotti della violenza raccontati dall’artista messicana – il dolore, i morti, i corpi sfigurati, la crudeltà, l’impunità, il terrore, l’odio – converte la sua ricerca in una vera e propria sfida. La rappresentazione della morte, in chiave più diretta come nell’opera Papeles o in chiave più metaforica come in Vaporización installata al PAC in una nuova versione, costituisce un tema cupo. A dominare è spesso l’impulso di arretrare al cospetto di esperienze a dir poco impensabili, come quelle raccontate quotidianamente dal giornale messicano PM che in copertina affianca annunci pubblicitari a sfondo sessuale ad immagini di morti violente. La drammaticità delle opere di Margolles assedia e travolge lo spettatore con la crudezza dei suoi significati e delle sue immagini, ma lo affascina anche sotto forma di lussuosi e preziosi gioielli come nell'opera Yojas dal macabro contenuto.

“Una rassegna da non perdere, un incontro qualificato con la migliore arte del nostro tempo”, ci raccomanda il Sindaco Sala.





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