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AMORE E PSICHE

Data pubblicazione : 13/02/2017     
Autore : Alice Civai


A molti non piace festeggiare San Valentino, ciononostante invitiamo tutti a prendersi cinque minuti di tempo per leggere le vicende narrate nella storia d'amore più bella di sempre, quella tra Amore e Psiche. La favola inserita come cammeo nell'opera latina scritta da Apuleio, “Le Metamorfosi” o “L'Asino d'oro”, ha per secoli affascinato i lettori e conquistato gli artisti di ogni tempo.

                                               Statua di Amore e Psiche, Ostia antica, II sec. d.C.

La favola narra la vicenda della giovane Psiche, terza figlia di un re e di una regina, dalla bellezza sconvolgente. Il suo aspetto era così delicato ed incantevole che presto venne da tutti considerata la personificazione di Venere. La dea, scoperta la concorrenza, si adirò e mossa da cieca gelosia e incontenibile invidia incaricò Amore, anche noto come Cupido, suo figlio prediletto, di punire la giovane facendola innamorare dell'uomo più vile per aspetto e fortuna che ci fosse sulla terra, coprendola così di vergogna. Amore però, scorta Psiche per la prima volta, rimase affascinato dalla sua incantevole e pura bellezza, tanto da lasciar cadere sul suo stesso piede il dardo per lei preparato, innamorandosi follemente della giovane.

                                                      Canova, Amore e Psiche stanti, 1797, Louvre 

L'innocenza e la purezza di Psiche sono il soggetto del gruppo scultoreo realizzato da Antonio Canova tra il 1796 e il 1800. L'artista rappresenta i protagonisti stanti, intenti ad osservare una delicata farfalla. In greco Psiche significa anima, soffio, respiro vitale, simboleggiato dalle ali di una farfalla. La favola dunque rappresenta le fatiche che l'animo umano deve compiere per raggiungere la sfera divina. Amore segretamente ed in incognito, a tutela della loro incolumità, fece portare Psiche al suo splendido palazzo. Ivi la coprì di ricchezze e doni e lì, nell'anonimato della notte, la incontrava, senza mai rivelarsi. Amore spiegò più volte a Psiche che in nessun modo lei avrebbe dovuto cercare di conoscere il suo aspetto: Amore: “Precipiteresti dall'altezza in cui t'ha posto la fortuna nell'afflizione più nera, e saresti privata per sempre dei miei abbracci.” Psiche: “Vorrei piuttosto morir cento volte, che esser privata del tuo dolcissimo amore. Chiunque tu sia io ti amo perdutamente e ti ho caro più che la vita mia [...]”

                                           J. L. David, Amore e Psiche, 1817, Cleveland Museum of Art

Jaques-Louis David, uno dei principali esponenti del neoclassicismo, racconta con la sua opera proprio il fuggire di Amore alle prime luci dell'alba. La sua è una scelta insolita, racconta un momento della favola poco raffigurato e decide di farlo in maniera altrettanto inusuale, facendo emergere una sorta di contrasto tra l'innocenza di Psiche e la spavalderida di Amore, che guarda complice verso l'osservatore.

Mentre Psiche viveva il suo amore nell'aurea dimora, la sua famiglia piangeva la sua scomparsa e le sorelle affrante si misero a cercarla. Venuta a conoscenza di ciò, la giovane chiese al compagno il permesso di vedere le sorelle, così da rassicurarle e far sapere loro che era ancora viva. Amore, non potendole resistere, diede il suo consenso, facendole nuovamente promettere che mai avrebbe cercato di conoscere la sua identità. Giunsero così a palazzo le due sorelle, che dopo la felicità iniziale provarono un'incontenibile invidia e gelosia, e con estrema perfidia convinsero la giovane sorella che il suo sposo fosse un mostro pronto a divorarla non appena avesse messo al mondo il figlio che portava in grembo.

                                         Jacopo Zucchi, Psiche scopre Amore, 1589, Galleria Borghese

Fu così che Psiche la notte successiva, non appena il suo amante si assopì, prese una lanterna ed un rasoio affilato, pronta a colpire il mostro che affianco a lei giaceva. Avvicinatasi col lume acceso al volto dell'amante scoprì che non di una belva si trattava, ma del dio dell'amore in persona. Sopraffatta dalla bellezza celestiale non poté trattenersi dall'avvicinarsi per baciarlo appassionatamente. Proprio questo passaggio viene rappresentato nella tela di Jacopo Zucchi, conservata a Roma presso Galleria Borghese. Nella stupenda tela si nota una favilla dorata che parte dalla lanterna retta da Psiche e termina sulla spalla di Amore. Sarà questo zampillo di olio infuocato a destare Amore. È questo forse uno dei passaggi più affascinanti del testo latino, in cui anche la lanterna rimane ammaliata dalla bellezza del dio e non può trattenersi dal volerlo baciare:
“Ma mentre nel turbamento di una felicità così grande la sua mente vacilla per la ferita d'amore, la lucerna, sia che ve la spingesse una malvagia perfidia o una colpevole gelosia, sia che anch'essa bramasse di toccare e baciare quasi un tal corpo, lasciò cadere dalla sua fiamma lucente una stilla d'olio bollente sopra la spalla destra del dio.”

Tradita la sua fiducia, Amore volò via, lasciando Psiche disperata e sola. Fu a questo punto che Venere scoprì il tradimento del figlio. Amore, cedendo alla bellezza di Psiche, aveva infatti disobbedito ai chiari ordini della madre che nella giovane vedeva la sua acerrima nemica. Venere cieca d'odio e furibonda cercò Psiche in ogni dove, e quando la trovò la sottopose ad una serie di difficilissime prove, con l'intento di provocarne la morte.
Psiche, grazie all'intercessione di diversi elementi naturali, mossi a pietà nei suoi confronti, superò tutte le prove, giungendo all'ultima e più difficile di queste: scendere negli inferi e chiedere un po' della sua bellezza alla dea Proserpina e portarla a Venere in un ampolla. La giovane riuscì nella discesa agli inferi così come a risalirne indenne, ma una volta giunta in superficie non riuscì a trattenere la propria curiosità, aprendo infine la misteriosa ampolla. Purtroppo questa non conteneva la bellezza di Proserpina ma un sonno così profondo da essere in tutto simile alla morte, che avvolse Psiche lasciandola riversa a terra.

                                             Antonio Canova, Amore e Psiche, 1787-1793, Louvre

Fu a questo punto che intervenne Amore: non riuscendo più a stare lontano alla sua amata chiese l'intercessione di Giove, re degli dei, e una volta ottenuta, prese a cercare Psiche. Trovata l'amata avvolta dal sonno degli inferi, il dio la cinse e lo lavò via dal suo volto, risvegliandola e riunendosi a lei. La celebre statua di Canova riassume l'intera favola e probabilmente non rappresenta questo esatto passaggio, ciononostante con la delicatezza del marmo bianco, che pare lieve e soffice, e con un'infinita leggerezza, incarna la passione e l'indissolubile legame degli amanti, nell'eterno attimo che precede un dolce bacio.
Riunitisi, i due innamorati si elevarono in cielo, prendendo parte al concilio di divinità indetto da Giove stesso, il quale porse a Psiche la coppa d'ambrosia che la rese immortale. Immediatamente dopo venne celebrato il matrimonio tra Amore e Psiche, destinato a durare in eterno, festeggiato con uno sfarzoso banchetto da tutti gli dei. Il frutto della loro unione sarà la nascita del loro figlio: Voluttà (Piacere). 

La favola percorre la storia e la storia dell'arte divenendo soggetto di innumerevoli opere di cui solo alcune sono state riportate in questa occasione. In aggiunta alle produzioni che raffigurano singoli passaggi del testo di Apuleio è bene ricordare due immensi capolavori, squisitamente italiani, che riportano l'intera vicenda.

                                                     Camera di Amore e Psiche, Palazzo Te, Mantova

Tra il 1526 e il 1528 Giulio Romano decora il “cameron quadro” all'interno di Palazzo Te a Mantova, compiendo un capolavoro di ricchezza e lusso, raggiungendo un livello altissimo di eleganza e maestria. Nel soffitto e nelle lunette della stanza viene riportata l'intera vicenda di Amore e Psiche, a cui si aggiunge un celebre cartiglio che corre esattamente sotto le lunette e percorre l'intera sala: HONESTO OCIO POST LABORES AD REPARANDAM VIRT[utem] QVIETI CONSTRUI MANDAVIT
L'iscrizione rimanda ai titoli di Federico Gonzaga, signore di Mantova e proprietario del palazzo, e il ruolo attribuito alla villa, destinato all'onesto ozio che segue le faticose attività di governo.

                                                  Loggia di Amore e Psiche, Villa Farnesina, Roma

Datato 1518 è invece il capolavoro svolto da Raffaello assieme a Giovan Francesco Penni, Giovanni da Udine e Giulio Romano, presso la villa di Agostino Chigi a Roma, chiamata Farnesina. Nell'ambiente della loggia, che serviva da palcoscenico per le feste e le rappresentazioni teatrali organizzate dal proprietario, vengono rappresentate diverse scene della favola. Il culmine si ha nella volta, in cui vengono affrescate le scene del Convitto degli Dei e le Nozze di Amore e Psiche, riportate in due finti arazzi. L'intero spazio viene trasformato in un esuberante trionfo di festoni fatti di piante, fiori, frutti e ortaggi che circondano tutte le scene, e che trasformano la loggia in un ideale proseguio del giardino adiacente.

A riguardo di tutte queste opere si potrebbero scrivere pagine e pagine per raccontare le incredibili emozioni che suscitano, ma crediamo che le immagini da sole valgano più di mille parole. Auguriamo a tutti voi di innamorarvi di questi capolavori vedendoli dal vivo.





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